Tamara Ferioli

25 Feb Tamara Ferioli

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I RICETTARI D’ARTE… © Andrej Mussa

“Il significato di una parola non ha per me la stessa precisione di quello di un colore. Colori e forme hanno la capacità di affermare in un modo più definito rispetto alle parole. Lo dico perchè, con le parole, sono state fatte operazioni strane su di me… Spesso mi è stato detto cosa dipingere. E spesso sono rimasta allibita di fronte alle parole, scritte e parlate, con cui mi si diceva cosa avevo dipinto. Intraprendo questo sforzo di scrittura poichè nessuno, oltre a me, può sapere come nascono i miei quadri.
Dove sono nata, dove e come ho vissuto è irrilevante. E’ quello che ho fatto dei luoghi e dei modi in cui sono vissuta che dovrebbe suscitare interesse.”

Georgia O’Keeffe

E’ un vulcano il responsabile della formazione artistica di Tamara Ferioli … e della sopravvivenza di un’isola.
La roccia più antica trovata sull’isola ha un’età di 16 milioni di anni.
Tamara Ferioli è legata con i suoi capelli a quella roccia…

Intimista attraverso essa. Il suo rapporto con la natura come potrà sembrare non è più simbiotico…
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Tamara rifiuta la tradizione a lei antecedente, della fusione tra l’io poetico e il mondo naturale, così che il paesaggio diventa nudo e desolato come un osso di seppia. Lei vive la natura in uno stato primitivo. Prima che il sentimento prendesse il sopravvento. I suoi, sono “silenzi naturali”. La natura non parla. Tamara non ci parla…

HEIMAEY” è stato il titolo di una sua mostra personale: un’istallazione site specific, dove una casa si ergeva come un’isola all’interno di una galleria d’arte. Costruita dall’artista e ispirata da un suo viaggio in Islanda; case abbandonate… dove progressi inaspettati mutano angoli di paesaggio. Sassi che abbracciano case, conchiglie e vegetali che abitano le case… Poco è pensato, tanto è stato istintivo. La casa riprodotta da Tamara è la stessa ricordata, completamente ricoperta da Ossi di seppia… La parola Heimaey, significa: “casa-isola”, ogni sua opera è una casa. Ogni sua mostra è un luogo visitato e raccontato. Tamara Ferioli custodisce dentro di sé un viaggio, qualunque esso sia.
L’Islanda dove Il “sole freddo” è una presenza costante capace di seccare il suo profondo ed inestirpabile disagio esistenziale, dove la realtà stessa appare incomprensibile. Qui un artista non può che mettere in evidenza questa percezione contemporanea negativa del suo stare al mondo, scegliendo volutamente un paesaggio plasmato da vulcani e ghiacciai.
Una terra grezza e selvaggia, in continuo mutamento dove un linuaggio artistico si modella attraverso le installazioni e i disegni organici di Tamara, su questa profonda inquietudine terra personale. Solo di tanto in tanto intravediamo squarci di speranza, in cui si ha la sensazione che l’artista possa scoprire la verità ultima che si cela dietro le inquietudini della natura e del paesaggio che la circonda. La stessa realtà appare incomprensibile e inesprimibile. Scritte, segni di grafite all’insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano. Con Tamara Ferioli non si può percepire la quotidianità contemporanea, non si percepisce la città, ma lei vive in città… tra vulcani, sassi e ossi di seppia…
Privilegia un linguaggio nobile, collegato a grandi occasioni auliche.

Una terra grezza e selvaggia, in continuo mutamento dove un linuaggio artistico si modella attraverso le installazioni e i disegni organici di Tamara, su questa profonda inquietudine terra personale. Solo di tanto in tanto intravediamo squarci di speranza, in cui si ha la sensazione che l’artista possa scoprire la verità ultima che si cela dietro le inquietudini della natura e del paesaggio che la circonda. La stessa realtà appare incomprensibile e inesprimibile. Scritte, segni di grafite all’insegna di un linguaggio antilirico e quotidiano. Con Tamara Ferioli non si può percepire la quotidianità contemporanea, non si percepisce la città, ma lei vive in città… tra vulcani, sassi e ossi di seppia…
Privilegia un linguaggio nobile, collegato a grandi occasioni auliche.
La sua sintassi.
La sua ricerca fonico-simbolica.
Il recupero di materiali; vegetali, erbe, insetti, conchiglie, pietre laviche, sono la chiave di lettura; ed ogni elemento naturale sottratto alla sua naturale funzione si fa simbolo attraverso la sua opera.

Questo recupero naturalistico dell’artista, e la profonda rielaborazione formale e contenutistica della tradizione di un paesaggio fanno sì che sentimenti e stati d’animo siano ritrovati nella durata del tempo… il particolare trovato che svela al pubblico il suo passato. Il dolore della “necessità” che ci stringe e la cui unica alternativa è il caso, o il “miracolo” di un’apparizione (la figura femminile) che non è comunque riservato a noi.
La “figura” rappresentata nell’opera di Tamara Ferioli è senza un volto… Lei stessa ricoperta dai suoi capelli color lava (l’artista come strumento autobiografico, in ogni suo disegno utilizza i suoi capelli, incollati su carte pregiate giapponesi/naturali). La critica parla, a questo proposito, di posizioni pre-esistenzialiste ma, poi l’impressione che suscita in me non è mai l’angoscia, la negatività emotiva, ciò che percepisco nell’artista osservandola è soprattutto la ricchezza come già descritto in precedenza fonico-simbolica, di cose e di termini naturalistici.
A tavola, seduti; tra pietre laviche, polpette e… Ossi di seppia.
La cucina di Tamara Ferioli è di un bianco limbo… privo di pena. Mi accoglie scalza, a piedi nudi. I suoi capelli color lava contrastano il chiarore della sua cucina.
UNA “NUOVA CUCINA”
Per “nuova cucina” non intendo grammaticalmente parlando, ma racconto di un auspicato ricambio di piatti e bevande rispetto all’immagine ereditata dalla tradizione, la sua filosofia culinaria si fa appello a un intero modo di essere nel mondo, a una soggettività rifondata, rivoluzionando il modo di stare a tavola, il modo di consumare il cibo, di mettersi in relazione con gli altri.

Tamara Ferioli a tavola non è banale, la sua cucina è analitica, direi una cucina analitica trascendentale, tipica Kantiana…
Ricerca la sua, di una filosofica logica di forme… dove però poi scopri “minimalmente” che un sasso non è un sasso, ma… una polpetta di pesce. Tamara, circonda un particolare ingrediente con elementi del luogo dove ha vissuto. Ecco che l’artista crea la sua SINTAGMA CULINARIA:

Fiskibollur (polpette di pesce), preparate con del merluzzo, farina, amido di patate, uova, cipolle, latte, sale, pepe.

Tartine, con burro, pepe, uova di salmone, aneto.
Accompagnate anche con delle fantastiche creme di pesce. Squisito il suo nordico “foie de Morue Fumé”, fegato di merluzzo affumicato.

Lascio Tamara e la sua cucina con una certezza: l’ho compresa nel tempo (vent’anni di profonda amicizia), ho compreso la sua arte osservandola più che guardarla attraverso la sua opera. Capisco lei comprendendo un suo viaggio… che invece rappresentato poi successivamete attraverso una sua mostra d’arte. La sua pietra raccolta, fattami osservare nelle sue mani raggiunge un significato.
Tamara Ferioli è una grande artista perchè nel corso del tempo non ha ascoltato nessuno, solo il suo istinto, il suo sguardo.
Perchè non esiste una scuola o un workshop che possa insegnarti nel tempo quella percezione quotidiana che solo un artista possiede: quella di sapere catturare “cose” e “rumori” che sarebbero rimasti lì dimenticati, apparentemente insignificanti…

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