Giulio Zanet

19 Set Giulio Zanet

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I RICETTARI D’ARTE… © Andrej Mussa

Strisce… DI UN WEEKEND POSTmoderno.
“Su una striscia di sabbia lunga all’incirca un centinaio di chilometri, dai lidi di Comacchio giù fino a Cattolica e Gabicce, si scatena la carnevalata estiva della riviera romagnola, tornata improvvisamente in auge quasi quando tutti la ritenevano come morta:

un luogo del kitsch strapaesano e provinciale, caotico e assurdo, da lasciare al popolo delle pensioncine familiari e alle orde di metallurgici della Baviera. E invece quest’immagine di un’Italia che non si da mai per vinta, che inventa a ogni stagione simboli di nuove mondanità per attirare i turisti, che diversifica le sue offerte, dalla vita di spiaggia ai festival del cinema, dalle grandi esposizioni d’arte… Vive e rivive perennemente l’attesa del cambiamento, della liberazione dalla grigia vita provinciale, dalle ossessioni erotiche, da se stessi, dalla precarietà degli anni giovanili. Per questa striscia di sabbia si arriva fino al videoclip in cui Loredana Bertè interpreta la canzone di Enrico Ruggeri ‘Mare d’inverno’, attendendo spasmodicamente sulla spiaggia ghiacciata l’arrivo di un bellissimo principe azzurro: “Mare, mare, qui non passa mai nessuno a portarmi via…”

Pier Vittorio Tondelli
È questa la mia prima impressione che ho avuto dialogando e osservando Giulio Zanet nel suo habitat/creativo
Strisce… di cambiamento, e di attese… Strisce di un mondo giovane, festivo, “weekendistico”, appunto, eccedente e disarmonico nei suoi colori in sequenza, colori POSTmoderni che Giulio strappa, ricompone e ristrappa, che si fa… di volta in volta, ma senza soluzione di continuità, narrazione, descrizione, riflessione. Senza speculazione artistica.
Giulio Zanet è un artista genuino, dai rimandi colorati_e spensierati anni ’80.
L’esperienza del giorno prima e il ricordo, presi con attimi di coscienza, tutti insieme si fondono e si confondono i una discorsiva ingenuità coloristica quotidiana, fatta di frammenti, “strisce”, di intuizioni artistiche emotive, di illuminazioni che la struttura dell’opera apparente, non riesce a distrarre da una esigenza immediata di raccontare e raccontarsi, di confrontarsi con le persone e le cose che lo circondano.

LA QUOTIDIANITA’, spesso violentata da troppe immagini, ma che l’artista tenta attraverso un senso sottile di pittura POSTmoderna di strappare al quotidiano… eliminare, sottrarre dai nostri occhi riducendo il nostro mondo quotidiano in strisce restituendoci astrazioni domestiche. Rotella strappava manifesti per strada, Zanet strappa i colori della strada e con gli stessi rielabora lo spazio architettonico, omologandolo e omologandoci con esso.
MODA e MODERNO… diventano sinonimi a tutti gli effetti. La cultura POSTmoderna non rinuncia per nulla all’idea di modernità e recupera alla “moda” tutto quello che può… “moda” e “moderno”, appunto, diventando la caratteristica più intima di un’epoca incodificabile…

Tanto che Giulio Zanet “toglie” e non recupera, coinvolgendo e coinvolgendosi artistcamente corpo e anima… alla moda come espressione comunicativa; affiancandosi al talento stilistico della giovane Giulia Marani (Marani, famoso marchio di moda), che presta la sua creatività al mondo dell’arte, coinvolgendo periodicamente vari artisti nella realizzazione delle sue collezioni.
Raccontare Giulio Zanet è come raccontare una giornata tondelliana, nell’Emilia spensierata di provincia… Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ogni novità non è che una dimenticanza.
Le notizie sono sempre almanacchi di dimenticanze.
Giulio Zanet, attraverso la sua opera artistica, toglie per recuperare tutto quello che abbiamo dimenticato nel corso del nostro tempo… le piccole e semplici cose quotidiane.
Mi fa assaporare un fantastico vino bianco frizzante; un Lini910\metodo antico.
Mi racconta della cantina emiliana, cantina Lini ha un secolo di storia: dal 1910, in Correggio, provincia di Reggio Emilia.
La sua cultura enologica ha attraversato tutti i cambiamenti che il mondo del vino ha vissuto: sia nel produrlo che nel berlo.
Il vino è un prodotto vivo, che rispecchia la cultura della collettività. Ogni enologo dirà come dice Lini 910: “io faccio il vino seguendo il mio gusto, non le mode!”. Eppure, chi fa vino vive intensamente il suo rapporto con la gente che gli sta attorno. Cerca di capirne i pensieri segreti e i gusti espliciti.

Giulio mi sorprende. Un risotto dai rimandi piemontesi… I nostri ricordi ci coinvolgono (Giulio Zanet di Colleretto Castelnuovo, a due passi da Torino, io della Langa) con un risotto con la Toma.
Nell’attesa, si reinventa delle STRISCE di acciughe con burro…
La parola ‘Toma’ ha origini piuttosto incerte; i dizionari dell’Ottocento ci informano sulla presunta etimologia del termine e identificano l’ambito semantico della Toma, termine fino ad allora usato in Piemonte come sinonimo di formaggio. Secondo altre fonti il termine deriva dall’origine etimologica ‘tomare’cioè cadere riferendosi alla precipitazione che la caseina subisce nel latte per azione del caglio. Un’altra versione poco accreditata fa risalire la denominazione Toma al vocabolo francese ‘tomme’, che identifica il nome di alcuni formaggi simili prodotti nella vicina Savoia.
Una coraggiosa dose creativa mi accarezza il palato con del profumo di menta. Vi assicuro che mescolata con la Toma ha fatto si che il risotto di Giulio sia stato capace di riportarmi in viaggio… Nei miei lontani anni ’80 in Langa.
Grazie Giulio!

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